Messico e Día de Muertos

Dal blog di Engim Internazionale, 16 novembre 2015

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La muerte es democrática, ya que a fin de cuentas, güera, morena, rica o pobre, toda la gente acaba siendo calavera
José Guadalupe Posada

Morte e Messico. Un binomio inscindibile, scontato verrebbe da dire. Le storie, le leggende, gli aneddoti che esistono a tale proposito sono pressoché infiniti. Parlano di divinità dell’oltretomba, di fantasmi, di rituali magici, di sacrifici umani e di rivoluzioni. Attraversano la Storia di questa terra sconfinata, irrorandone la terra e scavando solchi sui volti di chi la abita e la lavora. «Cuándo te toca, te toca» dicono da queste parti, troncando con caustico fatalismo ogni discorso riguardo l’insicurezza che dilagante nel Paese.

Una cultura meticcia

La storia della relazione privilegiata (qualcuno la definirebbe luna di miele) tra Morte e Messico affonda le sue radici nella vita precedente dei messicani, quando ancora il Vecchio Continente ignorava l’esistenza di questa terra e popoli riottosi si spartivano il dominio su quelli più pacifici. Il Messico prima del Messico aveva una visione complessa dell’aldilà, che immaginava vario e governato da più divinità ma al cui vertice regnava la coppia composta da Mictlantecuhtli e Mictecacihuatl, rispettivamente re e regina dell’oltretomba. Mondo terreno e mondo degli spiriti erano per i mexica (come sono anche noti gli aztechi) in un dialogo continuo, non esistendo la netta contrapposizione cui siamo abituati, dove l’uno era la continuazione dell’altro e viceversa, in un ciclo infinito di creazione e distruzione.
Ai defunti erano riservate le celebrazioni più importanti dell’anno, che potevano arrivare a durare più settimane con danze, canti e offerte di ogni tipo ed in cui non mancavano rappresentazioni di figure con sembianze scheletriche. I mexica, in occasione dei festeggiamenti in onore dei morti, avevano l’usanza di recidere un albero, togliervi la corteccia e adornarlo con fiori. L’albero, chiamato xócotl, fungeva così da collegamento con l’oltretomba e diventava il centro focale di ogni festeggiamento ad esso correlato. Attorno ad esso si realizzavano infatti processioni, sacrifici, danze ed ai suoi piedi la gente del villaggio era solita collocare altari con offerte in memoria dei propri defunti.
La Conquista fisica e spirituale inaugurata da Hernan Cortés e che condusse all’istituzione della Nueva España tentò di instaurare nel Nuovo Mondo gli usi, i costumi, le credenze e le festività tipici del Cattolicesimo. Per la fortuna nostra e dei viaggiatori curiosi che hanno la fortuna di passare da queste parti, non ci riuscirono mai del tutto. La Morte europea, raffigurata come una signora scheletrica con falce e mantello, sbarcò dalle navi spagnole insieme a tutto il suo immaginario fatto di peccati, punizioni e fiamme eterne, e presto divenne uno degli importanti strumenti di coercizione (insieme alla tortura) del dominio europeo. Ma il braccio di ferro tra evangelizzazione spagnola e credenze native non si esaurì in breve tempo con la vittoria del più forte, e condusse nel corso dei secoli a complessi sincretismi, in cui le due diverse culture (una dominante ed una dominata) non giunsero mai del tutto a sovrapporsi, ma si fusero in modi strani ed imprevedibili e diedero vita, nelle loro saldature, a ciò che è il Messico odierno.

La Catrina e José Guadalupe Posada

Quello che è riconosciuto come simbolo forse più celebre della morte (e del Giorno dei Morti) in Messico è una figura scheletrica femminile ritratta con un grande cappello francese con piume di struzzo, intenta a ridere di gusto. Si tratta della Catrina, una donna che se ne infischia della propria morte e, amante della vita mondana qual’è, si mette in ghingheri per apparire ancora bella com’era in vita. La stessa forma di truccarsi tipica del giorno dei Morti, con volto scheletrico ma con fantasie colorate, brillanti, talvolta floreali è un’eredità di questa figura.
Questa scelta stilistica di raffigurare i morti come scheletri intenti a portare avanti le proprie attività quotidiane, apparentemente ignari della propria condizione, si deve all’usanza popolare di farsi burla delle diverse classi sociali (soprattutto delle più elevate, ma non solo) raffigurando le persone unicamente con le loro ossa e qualche tratto distintivo (nel caso di Zapata, ad esempio, nemmeno la morte gli fece perdere gli iconici baffi). I protagonisti del mondo politico in particolare, nonostante grandi manovre economiche ed epiche imprese militari, sono destinati a diventare un cumulo d’ossa identico a quello del lustrascarpe, ma il loro ego è tale che nemmeno dopo esser passati a miglior vita riescono ad abbandonare i segni del potere che possedevano in vita, e che ora sono invece insignificanti. Ridere della vita attraverso la morte è sempre stato l’ultimo grido in quanto a satira, da queste parti.
Il massimo esponente di questa forma d’arte fu José Guadalupe Posada, un incisore di Aguascalientes che segnò in maniera indelebile la forma di rappresentare il Messico ed i messicani. Lavoratore instancabile con un grande capacità di cogliere tic e manie dei suoi contemporanei, Posada seppe coniugare l’arte popolare e con la cronaca, giacché la quasi totalità del suo lavoro furono illustrazioni di notizie sui giornali pubblicati dalla casa editrice Arroyo. Una parte importante del suo lavoro (nonché quella per cui principalmente viene ricordato) aveva a che fare con le celebri calaveras, scheletri intenti a comportarsi come fossero vivi, e che accompagnavano le calaveras literarias: brevi componimenti in versi in cui si narravano storie (realmente accadute o no, poco importa).
La più celebre illustrazione di Posada, conosciuta come Catrina, si chiamava in realtà Calavera Garbacera. I garbaceros erano i messicani che, agli inizi del XX secolo, abbracciavano ciecamente i costumi europei al punto da indebitarsi pur di possedere costosi vestiti in grado di differenziarli dal resto del popolo. E’ per questo motivo che la defunta di Posada appare nuda, ad eccezione del costoso copricapo che, invece che testimoniarne le nobili origini, ne smaschera la ridicolaggine. La superficialità terrena è così forte da essere tratto distintivo anche quando la carne è ormai separata dalle ossa.
Ci penseranno poi i muralisti Diego Rivera e José Clemente Orozco e la cultura popolare a fare dell’opera di Posada l’iconica Catrina che oggi compare in tutte le guide turistiche sul Messico. La signora defunta viene solitamente ritratta come una donna d’alto borgo, con lunghi vestiti elaborati e grandi cappelli, spesso in atteggiamenti civettuoli, coqueta direbbero qua. Non di rado, è indicata come amante dello stesso Posada nel mondo dell’aldilà.

Día de Muertos

Il periodo dell’anno in cui si celebra il matrimonio fra Messico e morte sono i giorni tra il 28 ottobre ed il 2 novembre, quando ogni famiglia in occasione del giorno di Ognissanti avvia grandi celebrazioni in ricordo dei propri defunti. Le tombe vengono adornate con festoni, papel picado (i tradizionali fogli intagliati messicani), petali e alimenti e bibite care al parente venuto a mancare (non è raro vedere far capolino tra le tombe qualche bottiglietta di Coca-Cola). I famigliari siedono sulle tombe vicine e consumano un momento conviviale, fatto di cibo e chiacchiere, ben lontano dalla tristezza e dal lutto che un europeo potrebbe attendersi. Giovani e adulti si truccano il viso da calaveras e partecipano ai festeggiamenti cittadini come concerti e parate con bande e carri mascherati (non dissimili da quelli del nostro carnevale). Si mangia il celebre pan de muertos, dolce tipico di queste festività che consiste in una focaccia tonda e zuccherata raffigurante delle ossa.
Nelle case, negli uffici e in strada fanno la loro comparsa colorati altari dedicati a qualche famigliare o a personaggi importanti della città. Oltre alla foto del defunto, questi vengono decorati con ogni una serie di ofrendas che possano essere messe in relazione con la persona che ha lasciato questo mondo. Possiamo vedere i cibi preferiti del defunto, ma anche i suoi vizi (pressoché immancabili di alcolici e sigarette) e altri particolari che ricordano la vita della persona. Se il defunto invece è un bambino il suo altare sarà riempito di giochi e piccoli angioletti, nel tentativo di di mitigare il dolore di una morte prematura.
L’altare è completato con una grande quantità di decorazioni che non lasciano neanche un particolare vuoto, un horror vacui all’insegna del kitsch in cui l’occhio vaga smarrito tra papel picado, dolci a forma di scheletri, semi, fiori, candele, incensi e statuette di santi, senza sapere dove soffermarsi. Le ofrendas, oltre ad una chiassosa funzione ornamentale, hanno anche dei significati ben precisi ed una loro specifica collocazione sull’altare.
Gli aromi di copale, erbe aromatiche e mucchi di sale servono a purificare l’anima del defunto, mentre dall’alto dell’altare spicca un arco decorato che rappresenta la porta d’entrata all’oltretomba, quella che permette di giungere al cospetto di Mictlantecuhtli, re dell’aldilà. Seguono quindi gli oggetti simbolo dei quattro elementi: papel picado (aria), oggi realizzato con carta velina mentre un tempo era di corteccia, candele (fuoco) in grado di illuminare la strada dell’aldilà al defunto, bicchieri colmi d’acqua e oggetti per l’igiene personale (acqua) e semi, cacao e mais (terra) a ricordare lo stretto legame con la natura (oggi si fanno portatori anche del severo monito cristiano ripetuto ogni mercoledì delle ceneri «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai»).
Sentieri di fiori profumati, tra i quali è sovrano il cempasuchil (Tegetes erecta), attraggono l’anima del defunto e nei pochi spazi rimasti liberi si ergono fiere le Calaveras commestibili a ricordare che la morte arriverà per tutti, ma anche che questa può essere sia dolce che amara. Ogni altare che si rispetti si completa poi con i ricordi della vita del parente che se n’è andato: cibi preferiti, attrezzi da lavoro, oggetti delle sue passioni e le immancabili bevande “spiritose” della tradizione (tequila, mezcal, rompope, pulque) che alleggeriscono il peso dell’esistenza.

Un Paese in festa

Il Giorno dei Morti, sebbene sia la festività più sentita da tutti i messicani, assume in talune cittadine (talvolta poco più che villaggi) caratteristiche di sensazionale unicità, al punto da renderle meta di pellegrinaggio e turismo anche internazionale.
A Janitzio, un’isoletta in mezzo al lago di Patzcuaro nel Michoacan centrale, ogni anno migliaia di persone assistono all’attraversamento del lago in canoe addobbate per somigliare a farfalle da parte degli abitanti dei paesi vicini, tutti rigorosamente vestiti a festa. Innumerevoli candele illuminano l’acqua e la strada verso il cimitero, contribuendo a creare un’atmosfera unica e suggestiva. Un autentico inframundo nel bel mezzo del Messico più profondo.
A Chignahuapan, nella sierra norte di Puebla, l’unione di tradizioni preispaniche e rito cristiano ha dato esiti unici e in grado di lasciare a bocca aperta anche il più smaliziato dei viaggiatori. Ogni anno infatti ha luogo la messa in scena dell’arduo percorso che l’anima deve compiere per giungere, dopo nove piani al Mictlan: il regno degli inferi. Luce e vita vengono celebrati con una lunga processione illuminata da torce e candele, in una marcia infuocata che va a spegnersi sulle sponde della laguna dove si erige una grande piramide galleggiante custodita da scheletri.
Anche il monstruo, come chiamano i messicani Città del Messico, tra gli ultimi giorni di ottobre ed i primi di novembre si veste a festa. Ogni persona contribuisce a cambiare l’aspetto della città, addobbandone le strade, i negozi, le case con i tradizionali ornamenti. Nello Zocalo, la grande piazza centrale, le ofrendas raggiungono dimensioni ineguagliabili e vedono la partecipazione annuale di importanti artisti nazionali.
Ma è nei quartieri dove si può trovare l’autentico spirito del Día de Muertos. Il quartiere di San Andrés Mixquic, nella delegazione di Tlahuac, è conosciuto per essere il più rappresentativo in questo particolare periodo dell’anno. Il cimitero si tinge di rosso e di arancio, il brulicare di persone è incessante fino quasi alle luci dell’alba quando le candele sono ormai spente ed i famigliari tornano nelle rispettive case.

Se si sa osservare, assistere qui alla celebrazione del Giorno dei Morti significa poter aprire brevemente una finestra sull’essenza più viva e indomita del Messico. La fervente religiosità, l’allegra malinconia, il chiasso, i colori, i vizi, la famiglia. Il conquistato ed il conquistatore, l’indigeno e lo spagnolo, la croce e la bottiglia, la musica ed il lutto confluiscono l’uno nell’altro, in un continuo alternarsi degli opposti che come in un fenomeno carsico regolarmente riemergono dalle profondità umane. Un’alternanza ritmica che diviene danza macabra in onore alla vita.

Nel furgone

dal blog Volontari per ENGIM

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«¡¡Que no se vayan a caer, chicos!!». «¿Alguien puede ver por dónde andamos?» «¡Cuidado con las piernas!».

Le urla sguaiate di Doña Silvia ci distraggono dall’odore acre della verdura che si è rotta, perdendo i liquidi. Il furgone avanza insicuro, sobbalzando ad ogni interruzione dell’asfalto, mentre i pochi raggi di luce che passano tra le assi di legno illuminano i nostri volti stanchi ma divertiti. Le casse di frutta e verdura oscillano visibilmente ad ogni curva, e ad ogni curva il mio sguardo incrocia quello di Alejandro. Ci auguriamo entrambi di aver sistemato bene quelle dannate casse di cetrioli.

Alejandro è un ragazzo alto e magro, mestizo come gran parte dei messicani. Lavora come infermiere all’ospedale di Calvillo, un pueblo mágico (così chiamano i paesini riconosciuti per la loro ricchezza culturale) a mezz’ora da Aguascalientes ed è qui perché convinto dalla madre, un’assidua frequentatrice della parrocchia.

Insieme a noi ci sono quattro ragazzi. Avranno tra i 15 e i 17 anni e sono seminaristi della parrocchia di San José Obrero, della congregazione dei giuseppini del Murialdo. Poco pratici ma volenterosi, sono quelli che meglio si incastrano tra le casse del furgone. Alla guida c’è Don José, il vero responsabile di questa missione di recupero. Ogni venerdì quest’uomo basso e dal volto bonario si assicura che le famiglie più bisognose della comunità ricevano un’offerta in alimenti recandosi al mercato all’ingrosso e chiedendo pazientemente offerte. Non senza una certa amarezza, si interroga continuamente su come fare affinché queste famiglie si rendano indipendenti, cessando di basare buona parte del proprio sostentamento sulle offerte del venerdì. Che pure non intende far loro mancare.

Oggi la raccolta è andata piuttosto bene. Non come la scorsa settimana, che mi dicono essere stata eccezionale al punto da costringere i volontari a tornare in taxi, ma quasi. Per un breve, rassicurante lasso di tempo mi sono perfino illuso che sarebbe toccato anche a me di tornare alla parrocchia comodamente seduto in un taxi. Poco male. In questo furgone inondato dal puzzo di cetrioli rotti, incastrato alla bene e meglio fra casse di frutta e verdura, ridendo alle battutacce con cui doña Silvia mette i seminaristi in palese imbarazzo, è forte la sensazione di esser parte di una comunità.

Non sparate, siamo bambini

da The Post Internazionale, 28 luglio 2015

Un’operazione militare contro una comunità indigena del Messico occidentale ha causato la morte di un bambino e spianato la strada ai narcotrafficanti

“Non sparate, siamo bambini”, sono le parole scritte su un cartello tenuto stretto da una bambina della comunità di Ostula, nella costa dello stato di Michoacán, in Messico.

Non è sola. Al suo fianco altri minori reggono altrettanti fogli colorati in cui chiedono di fermare le ostilità. Sono i compaesani di Hedilberto Reyes Garcia. Aveva 12 anni e lo scorso 19 luglio è stato ucciso da una pallottola dell’esercito messicano.

Ostula è una comunità indigena del municipio di Aquila, nello stato in cui nel 2006 ebbe inizio la cosiddetta “guerra al narcotraffico” voluta dall’allora presidente messicano Felipe Calderón. I suoi abitanti, circa un migliaio, vivono grazie all’agricoltura e a progetti di turismo ecologico o alternativo.

Le sue spiagge sono il terreno di conquista ideale da parte di tartarughe marine e surfisti. Il suo entroterra fertile e ricco di risorse minerario è invece da tempo al centro degli interessi privati, non di rado collusi con i gruppi criminali locali. Inoltre, Ostula è uno dei crocevia dei traffici di droga.

Nel 2009, ben prima che esplodesse il caso dei gruppi di autodifesa nel Michoacán, la popolazione di Ostula e dei villaggi circostanti rivendicò il diritto a provvedere alla propria difesa, protestando contro la mancanza di un’adeguata protezione da parte delle autorità.

Nelle due settimane dopo l’approvazione del Manifesto di Ostula – il documento con cui furono di fatto introdotte le polizie comunitarie – gli abitanti recuperarono ben 700 ettari di territorio illegalmente occupati da privati negli anni Sessanta.

Da allora sono stati numerosi i tentativi da parte degli odierni cacicchi – nome con cui venivano chiamati i capi indigeni dell’America latina in epoca coloniale – di riappropriarsi di questi territori e di indebolire le forze comunitarie. Dal 2009 trentadue persone sono state assassinate e sei sono state fatte sparire nel nulla.

La tensione nella regione aumentò ulteriormente a seguito della rapida ascesa di un nuovo gruppo criminale: i Caballeros Templarios. Presentatisi inizialmente come gruppo di autodifesa contro l’efferato cartello degli Zetas, i Templarios provenivano in realtà da una scissione interna all’altro cartello egemone nella regione, la Familia Michoacana.

L’interruzione della pax mafiosa che aveva garantito in passato una relativa stabilità condusse in breve tempo a un’escalation di violenza e a un sempre maggior coinvolgimento della popolazione, spesso vittima di estorsioni, sequestri e altri abusi.

La risposta della popolazione locale si manifestò attraverso l’intensificarsi delle attività delle polizie comunitarie, le cosiddette autodefensas, verso le quali il governo mantenne a lungo un comportamento ambiguo.

Se da una parte condannava ogni forma di gestione autonoma della giustizia, dall’altra si servì di loro per arginare il potere dei cartelli. Solo all’inizio del 2014 si giunse al riconoscimento delle polizie comunitarie e alla cacciata dei Templarios da Ostula e dai territori limitrofi. Il 2014 sembrò essere l’anno della rinascita.

E’ questo il contesto in cui ha avuto luogo l’operazione militare che ha condotto alla morte di Hedilberto e a un possibile ritorno dei Templarios in città. Nella mattinata di domenica 19 luglio, fuori da un bar di Santa María Ostula, l’esercito messicano ha arrestato il capo dell’autodifesa locale Semeí Verdía Zapeda.

A carico di Zapeda, che in passato era già scampato a diversi tentati omicidi da parte dei Templarios, non c’era alcun mandato di cattura. Le accuse di detenzione illegale di armi da fuoco e di boicottaggio delle elezioni dello scorso giugno – quando alcune urne elettorali vennero date alle fiamme – sono state formulate solo in un momento successivo all’arresto.

L’operazione è avvenuta in quella che appare come una palese violazione degli accordi di gennaio 2014 e ha provocato l’immediata reazione della comunità di Ostula, che ha deciso di bloccare il ponte di Ixtapilla, che collega l’importante porto di Lázaro Cárdenas alla città di Colima. L’intento è quello di ottenere l’immediata liberazione del leader indigeno.

I momenti che hanno seguito l’occupazione del porto sono stati molto concitati. Cittadini di Ostula e membri dell’esercito si sono affrontati prima verbalmente, poi fisicamente. Un veicolo della comunità è stato dato alle fiamme, sono partiti i gas lacrimogeni, c’è stata una sparatoria.

Alcuni proiettili hanno colpito un negozio che distava un centinaio di metri dal ponte. Heldilberto, che era lì per comprare i pannolini per suo cugino, è morto sul colpo. Altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite. Fra queste c’era Jeini, una bambina di 6 anni. Si trovava lì per guardare i cartoni animati poiché a casa sua non c’era la televisione.

In una conferenza stampa successiva alla morte di Hedilberto il comandante Felipe Gurrola ha dichiaratoche l’esercito ha sparato in aria a solo scopo intimidatorio. Secondo Gurrola, i colpi ad altezza uomo sarebbero stati sparati da civili nascosti ai bordi della strada.

A questa versione non crede Augustín Vera, uno dei leader comunitari di Ostula, il quale accusa l’esercito di aver sparato per uccidere. Vera afferma di aver chiaramente sentito alzarsi da un veicolo militare il grido “lunga vita ai Caballeros Templarios”.

La speranza che le morti di Edilberto e di Jeini troveranno giustizia è flebile e si regge sulle dita minute dei loro coetanei, scritta su fogli colorati. Si affianca a quella di innumerevoli casi analoghi, tra cui quello dei sette giovani scomparsi lo scorso 7 luglio nel municipio di Calera de Victor Rosales, alla periferia della città di Zacatecas, in cui il probabile coinvolgimento di militari è stato ammesso perfino dallaSecretería de Defensa Nacional.

Tutto questo avviene mentre si avvicina il 26 settembre, giorno in cui cadrà l’anniversario della sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa divenuto l’emblema della violenza del narco-stato messicano. Uno stato interno allo Stato, i cui confini restano ancora sconosciuti e le cui radici affondano su un numero sempre più insopportabilmente alto di morti innocenti.

Vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo

da the Post Internazionale, 2 aprile 2015

A sei mesi dalla sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa i messicani non credono alla versione ufficiale. E alzano la voce.

“Vivos se los llevaron, vivos los queremos” (vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo) è l’urlo che da sei mesi si sente nelle strade, si legge sui muri, si grida nelle piazze di un Messico ferito nel profondo.

La sparizione dei 43 studenti della scuola normale rurale di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero, avvenuta lo scorso settembre ha dato il via alla più grave crisi che il governo di Enrique Peña Nieto ha dovuto affrontare da quando si è insediato alla presidenza nel 2012.

A poco sono servite le indagini della Procura Generale della Repubblica, accusata di voler archiviare al più presto un episodio che si ostina a considerare un avvenimento isolato, una reazione sconsiderata di apparati deviati delle autorità locali in combutta con i cartelli del narcotraffico.

La realtà che i messicani vivono ogni giorno è di continua tensione. La repressione nel sangue dei maestri in sciopero a Oaxaca e ad Acapulco, i sabotaggi contro i contadini del Chiapas, i femminicidi di Chihuahua e i continui scontri fra forze governative, gruppi criminali e cittadini in armi negli stati di Guerrero e Michoacán sono solo alcuni dei motivi di esasperazione per il popolo messicano.

Di recente si è aggiunto il licenziamento della celebre giornalista radio Carmen Ariastegui, ostile al governo di Peña Nieto e che da poco aveva annunciato la partnership del proprio programma con la piattaformaMexicoleaks, che si occupa di denunciare la corruzione degli apparati governativi messicani.

“Ya me cansé” (“Mi sono stancato”) è un altro degli slogan utilizzati dai manifestanti. Riprende la reazione scomposta avuta da Murillo Karam (il Procuratore Generale) durante una conferenza stampa, quando riservò la stessa risposta ai giornalisti che lo incalzavano sui fatti di Ayotzinapa.

Le manifestazioni oceaniche invadono le strade della capitale con cadenza quasi settimanale.

L’ultima, il 26 marzo, ha portato alle spalle dei genitori degli studenti scomparsi oltre duemila manifestanti e si è conclusa con la richiesta di annullamento delle prossime elezioni nello stato di Guerrero e la convocazione, per il 4 aprile, di un’Assemblea Nazionale per decidere le prossime mobilitazioni e avanzare proposte per forme locali di autogoverno.

L’impressione è che le numerose e variegate opposizioni messicane abbiano trovato un campo di lotta comune attorno ai fatti di Ayotzinapa. Anche l’Ezln, attraverso le dichiarazioni del subcomandante Moisés (che ha preso il posto di Marcos alla guida del movimento armato) si è stretto attorno ai genitori degli studenti scomparsi in occasione della celebrazione del ventunesimo anniversario della ribellione zapatista e ha promesso loro massimo supporto nella lotta al muro di gomma eretto attorno ai fatti del 26 settembre.

La credibilità del governo di Peña Nieto e delle indagini della Pgr è messa seriamente in discussione anche sul piano internazionale.

Le parole di alcuni dei genitori dei ragazzi scomparsi sono state ascoltate con preoccupazione lo scorso febbraio dal Parlamento Europeo, che ha sollecitato il governo messicano a fare chiarezza e a non fermare le indagini fino a quando non si troveranno i corpi. Chiarezza che potrebbe venire dalla Commissione Internazionale per i Diritti Umani, che ha annunciato una squadra di cinque esperti incaricata di avviare un’indagine indipendente che si protrarrà per sei mesi.

Nemmeno gli esperti dell’Università di Innsbruck infatti sono riusciti a confermare il Dna dei resti trovati nella discarica di Cocula, dove secondo la versione ufficiale sarebbero stati bruciati i corpi.

Un’ipotesi smentita da periti argentini e da esperti dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, i quali avrebbero provato l’impossibilità di cancellare ogni traccia in così poco tempo e con così poco materiale combustibile a disposizione.

La distruzione delle tracce di Dna richiederebbe infatti temperature così elevate da essere possibile solo in appositi forni crematori. Forni di cui disporrebbe l’esercito e la cui esistenza, seppur fermamente negata dal governo, sarebbe stata provata dai giornalisti de La Jornada.

Nel tentativo di ottenere giustizia, i genitori dei 43 studenti si sono rivolti perfino a Santiago Mazari Hernandez (detto El Carrete), leader del gruppo criminale Los Rojos e da tempo in guerra con i Guerreros Unidos, il gruppo che si sarebbe reso responsabile delle sparizioni.

El Carrete ha accusato della strage il presunto leader dei suoi oppositori, Federico Figueroa (fratello del cantautore Joan Sebastian) e ha promesso che parlerà con i genitori per “togliere loro la benda dagli occhi” e dimostrare che “il governo ha delle responsabilità”.

A sei mesi dai fatti di Ayotzinapa, i 43 studenti aspettano ancora di esser trovati. La loro situazione è di “ni vivos, ni muertos”, una condizione che è toccata solo nel 2014 a più di 5mila persone. E che i messicani non sembrano più pronti a tollerare.

Cabronas

Da Lahar #22 “Madonna” link

C’è Verónica, la maggiore di quattordici fratelli. La sua infanzia finì il giorno in cui suo zio abusò di lei. C’è doña Chelo, madre di dieci figli. Quando si negò ad averne altri il marito la picchiò a sangue. C’è doña Queta, a cui insieme ai figli la vita ha regalato anche un tumore. Maligni entrambi, ma i primi non li ha mai abbandonati. E poi c’è Lourdes, la regina dell’albur, e Amelia, e Mayra… Sono le cabronas di Tepito.

Barrio di schiavi e di puttane. Di protettori, pugili e ballerini di salsa. Origini oscure. Suburbia nel cuore stesso dell’urbe. Rifugio per ladri, tossici, trafficanti, travestiti. Mercato della varia umanità che s’adopera, s’ingegna, s’aggrappa alla vita con tutte le sue forze. Regno degli esclusi. Nel corso dei secoli.

Se nasci povero in un quartiere spaccato dalla droga e dal traffico di armi hai poco tempo per crescere. Se sei donna, non hai nemmeno quello. Sei nata infatti in una società così machista che chiama «amore» una sberla ben assestata, se a darla è il marito. Dove se non la dai sei solo una puta, e se la dai sei comunque una puta, ma gravida. E sola. Dove l’unico posto in cui stare è la strada, ma in strada è meglio non stare.

Qui, in questo luogo dove si prega la morte e si celebra la vita, la donna si è fatta cabrona. Per fottere la vita prima che questa fotta lei. Non per cercarsi problemi, ma per dare ai problemi una calda accoglienza quando questi bussano alla porta. Cabrona per ottenere respeto, che a fare la bonita snella e per bene ci vada qualche perrita di Polanco che della vita non sa un cazzo. Perché una cabrona è bella, sempre. E chi dice il contrario può andare a chingar la puta de su madre. Una cabrona soprattutto basta a sé stessa, non aspetta certo che qualche bel principito le porti dei fiori sotto casa solo per poi vantarsi con quattro stronzi di essersi fatto una bella scopata, mentre paga un giro di chelas.

Le cabronas vegliano sulla vita della comunità. Sono le madri, le sorelle, le nonne, le zie. Lavorano al mercato, educano i figli, cucinano delizie con quattro soldi. Ballano. Amano. Ridono in faccia ad una vita di che le vorrebbe buttar giù. E quando cadono, si rialzano. Nelle loro vene scorre il sangue indomito di un popolo orgoglioso.

A Tepito si vende di tutto. Ci puoi trovare anche un carrarmato, se sai a chi chiedere. Ma non la dignità. Non quella delle sue cabronas.

In quel momento

Da Lahar Magazine

Anna María non era lì per caso. C’era già stata lì, molte altre volte e sempre per ottime ragioni. Come altri suoi compagni di studi in medicina avvertiva l’urgenza di esserci, in quel posto ed in quel momento, per protestare contro l’oppressione. A darle forza, una folla giovane ma determinata di almeno ottomila persone, proveniente da tutte le principali Università del paese.

In quello stesso luogo, in quello stesso momento e non certo per caso c’era Luis Ángel, “Amiltzingo” per gli amici. Luis non c’era stato molte altre volte, a dire la verità. A 18 anni aveva da poco scoperto l’urgenza di esserci, in quel posto ed in quel momento, per protestare contro l’oppressione. A dargli forza un’ottantina di studenti giovani ma determinati della sua stessa scuola rurale.

Quando iniziarono a sparare, Anna María capì subito ciò che stava succedendo. Si era già trovata lì, in quella stessa situazione, in quel caldo autunno del ‘68. A differenza delle altre volte, però, Anna María faticava ad individuare da dove provenisse l’attacco. I proiettili sembravano cadere dal cielo, come un’infuocata pioggia di piombo, e colpivano anche i militari che sorvegliavano sul raduno e da cui si sarebbe aspettata un attacco. Poi Anna capì. Gli spari ora erano quelli ben conosciuti ad altezza uomo, e fu uno di questi a trapassarle il petto.

Dall’alto dell’edificio Chihuahua, in Plaza de las Tres Culturas a Città del Messico, un membro del Batallón Olimpia tolse il dito dal grilletto per sistemarsi con un gesto distratto il guanto bianco.

Luis Ángel si stava recando assieme ai suoi compagni ad Iguala. Volevano raccogliere i fondi per partecipare alla marcia di commemorazione del massacro di Plaza de las Tres Culturas, avvenuto 46 anni prima ed in cui persero la vita almeno 300 persone, per lo più studenti. Quando il pullman in cui viaggiava venne bloccato, Luis Ángel pensò di capire cosa stesse succedendo: le perquisizioni della polizia non erano certo cosa rara nello stato di Guerrero. Nel momento in cui avvertì gli spari, però, capì di essersi sbagliato. Tre suoi compagni caddero a terra, morti, mentre altri urlavano e scappavano da ogni parte. A nulla servì nascondersi sotto l’autobus, perché i poliziotti catturarono Luis Ángel e lo caricarono sulla camionetta assieme ad altri 42 ragazzi.

Pochi chilometri più in là, sulla statale verso Ayotzinapa, un membro del gruppo narcos Guerreros Unidos si accese un’altra sigaretta mentre aspettava pazientemente di prendere in consegna gli studenti.

“Preconcetti ideologici”

islamsalaanziani

“E’ una conferma, ancora una volta, che i preconcetti ideologici, sostanzialmente irrazionali, hanno la meglio sul confronto ed il dialogo, la cui assenza peraltro si attribuisce ad altri, ritenendosi i possessori dell’unica verità con la quale va interpretato il mondo e l’altrui pensiero.”

Flavio Rodeghiero
(ass. alla cultura di Padova)